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Questa pagina contiente tutte le notizie e gli aggiornamenti riguardanti gli ambiti d’interesse del Torino Youth Centre e delle associazioni che ne fanno parte
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Fonte: Arcigay Torino
CINEFORUM DI ARCIGAY TORINO
PRENDE IL VIA IL NUOVO CICLO DI FILM
GENERI FUORI GENERE,
OVVERO QUANDO LE TEMATICHE LGBT RIESCONO A INTRUFOLARSI IN GENERI CINEMATOGRAFICI INSOSPETTABILI!
IL PRIMO APPUNTAMENTO E’ CON IL GENERE BIOGRAFICO E IL FILM
KINSEY
DI BILL CONDON
CON LIAM NEESON, LAURA LINNEY, TIM CURRY E CHRIS O’DONNELL.
UNA PELLICOLA SULLA VITA DI ALFRED KINSEY, IL BIOLOGO AMERICANO AUTORE, NEGLI ANNI ’50, DELLA CELEBRE INCHIESTA SUI COMPORTAMENTI SESSUALI UMANI
VI ASPETTIAMO MERCOLEDI’ 14 OTTOBRE ALLE ORE 21,00
PRESSO LA NOSTRA SEDE DEL TYC DI VIA FAA’ DI BRUNO 2
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da La Stampa.it ed.Torino – 9 ottobre 2009
STRISCIONI CONTRO MARONI
TENSIONE A SAN SALVARIO
Striscioni contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni, insulti contro la Lega Nord e i suoi rappresentanti locali, volantini «anti-razzisti» distribuiti agli abitanti del quartiere, persino un mini-corteo con partenza e arrivo in largo Saluzzo: è la manifestazione organizzata ieri da una quarantina di anarchici, che nei giorni scorsi avevano pubblicizzato sui siti «antagonisti» l’intenzione di presidiare la piazzetta dove la Lega Nord ha aperto un ufficio di consulenza per i residenti.
«Non è mai stato un ufficio politico in senso stretto. Non è una sede di sezione né ha mai ospitato riunioni politiche. E’ soltanto un “ufficio per i rapporti sociali”» spiega Mario Carossa, capogruppo della Lega Nord in Consiglio comunale. Ieri pomeriggio, c’era anche lui in largo Saluzzo. E si è beccato la sua porzione di insulti: da fascista, a razzista, agli slogan «Carossa preparati la fossa».
Tutto è incominciato alle 10,30. A quell’ora, gli anarchici hanno incominciato a sistemare banchetti e «gazebo» poco distante dalla chiesa. E proprio a quell’ora, ogni giorno l’impiegato (un pensionato, ex sindacalista) che lavora come volontario per le bandiere verdi apre l’ufficio. Molti anarchici abitano in zona, conoscono quest’abitudine. A poca distanza dal presidio, c’erano polizia e carabinieri in assetto anti-sommossa.
La situazione è rimasta tranquilla per pochi minuti. Poi, gli anarchici hanno incominciato a piazzarsi davanti alla vetrata dell’ufficio. Il primo passo, seguito dal lancio di castagne, con gli attivisti della Lega Nord frenati dallo stesso impiegato dalla reazione alla provocazione.
Ma i momenti di tensione sono arrivati quando gli anarchici hanno incominciato a srotolare uno striscione dove il ministro dell’Interno Roberto Maroni era raffigurato con sembianze falliche: gli agenti della Digos e i colleghi del reparto Mobile sono intervenuti e hanno strappato quello striscione dalle mani degli anarchici. I toni si sono fatti accesi, spinte, manganellate, ma nessun ferito.
Alle 13, il cuore di San Salvario è stato bloccato dalle forze dell’ordine (è intervenuta anche la polizia municipale). La situazione è tornata alla normalità soltanto alle 16,30, quando gli anarchici hanno abbandonato largo Saluzzo dopo aver fatto un mini-corteo lungo le vie Saluzzo, Berthollet, Madama Cristina e Baretti, per tornare al punto di partenza.
Lasciata San Salvario, gli anarchici sono andati in corso Brescia, all’angolo con corso Giulio Cesare, dove il questore Aldo Faraoni ha disposto un presidio «anti-pusher»: forze dell’ordine e militari hanno il compito di vigilare su una zona dove i residenti denunciato continue aggressioni e uno spaccio di droga dilagante, sovente ad opera di immigrati. Per gli anarchici, è soltanto razzismo.
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Fonte: Unilibera
Libera Piemonte è lieta di invitarvi alla conferenza stampa di lancio della piattaforma politica
“L10: proposte per il governo del Piemonte”
La conferenza sarà giovedì 1 ottobre alle 11:30
presso la libreria Torre di Abele.
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Fonte: Arlok
VIAGGIO UMANITARIO IN BOSNIA…IL RITORNO
IL DOLCE del nostro viaggio da Collegno a Sarajevo
Bosnia 13-18 settembre 2009
Abbiamo viaggiato con un furgone che non era nostro,
Grazie a MECCANICHE LODI e ATENA SRL nelle persone di Carlo e Isa Lodi,
Avevamo un furgone.
Abbiamo consegnato 7 scatoloni di quaderni ai bambini bosniaci
Grazie alla ditta ARTI GRAFICHE PM di Vinovo,
Avevamo materiale scolastico da donare.
Abbiamo consegnato grossi sacchi di vestiti
Grazie alle consegne di amici e famiglie,
Avevamo materiale da consegnare.
Abbiamo viaggiato con pochi euro personali
Grazie all’ASSOCIAZIONE ABC PIEMONTE
Avevamo il denaro per le spese viaggio.
Abbiamo viaggiato con la voglia, il desiderio, il dubbio, l’impegno, la serietà, il divertimento.
Grazie a tanti INGREDIENTI vari, abbiamo preparato il nostro “DOLCE”.
Abbiamo voglia di farvene ASSAGGIARE UNA FETTA e quindi ci piacerebbe invitarvi ad una proiezione di foto e racconti sul viaggio.
Dateci il tempo di allestire una breve presentazione video ed individuare un luogo di incontro e poi…BUON APPETITO!
Un saluto Affettuoso
La banda ARLOK
Dino, Gino, Franco, Gabrio, Enricus
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Fonte: Izmo
Un’esperienza di cartografia partecipata è stata organizzata da Izmo nell’ambito del progetto Insito, ospitato lo scorso 12 settembre all’interno del condomionio Farini, che con i suoi residenti, ha animato la festa dei vicini di casa 2009. L’associazione Izmo, grazie ai partecipanti alla festa, ha potuto raccogliere informazioni riguardanti il quartiere e testare il laboratorio di cartografia partecipata.
I punti sono stati prima scritti, disegnati e inseriti sulla mappa dai cittadini, per poi essere trascritti e riversati da Izmo sulla piattaforma web. Le pagine si possono ritrovare al seguente indirizzo: http://insito.izmo.it/Aree/TO_4507_0770?q=cartografia+partecipata+settembre+2009
Tutte le informazioni così condivise costituiranno un patrimonio comune per tutti i cittadini, nonchè per le organizzazioni e le amministrazioni che lavorano nel quartiere, per renderlo migliore e più vicino alle esigenze di chi lo abita.
Per avere maggiori informazioni sul progetto Insito vai su:
http://insito.izmo.it
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Fonte: Arcigay Torino
Quest’anno… anche Arcigay, insieme a Legambiente “Pulisce il Mondo”!
Questa volta con un’accezione ed una declinazione tutta nuova, “Puliremo il Mondo dai Pregiudizio e dalla Discriminazione”, perché l’attenzione all’ambiente, il rispetto degli altri e del bene comune è uno di quei messaggi forti che trascendono tutta la nostra società e la nostra cultura, ed allora… questo sabato mattina: UNISCITI A NOI!
APPUNTAMENTO SABATO 26 SETTEMBRE – ORE 9.00
PALAZZINA DI CACCIA DI STUPINIGI
Davanti al posteggio del podere – Lato destro.
Verranno ripulite dai rifiuti le aree di sosta e pic-nic del Parco di Stupinigi.
L’adesione di Arcigay a questa iniziativa è importante per la trasversalità di queste battaglie, e per la visibilità e la crescita della nostra associazione, in un momento in cui le richieste della base sono forti. La possibilità di incidere sensatamente sulle istituzioni per ottenere il riconoscimento dei nostri diritti, è in questo momento concreto, ed in questa battaglia non dobbiamo e non possiamo restare da soli, quindi spargiamo la voce e vediamoci tutti quanti sabato mattina a Stupinigi!
Giovanni Caponetto
Presidente Arcigay Torino “Ottavio Mai”
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da Digi.TO – 18 settembre 2009
SCIDECOM: ISTRUZIONI (SEMISERIE) PER L’USO
Vengono ironicamente appellati dal resto del mondo accademico come “Dottori in Scienze delle Merendine”, “Esperti in Disoccupazione” o “Nullafacenti Istituzionalizzati”. Orgogliosi della propria scelta, seppur rassegnati ad una nomea oramai penalizzante, gli studenti di Scienze della Comunicazione (abbreviato “Scidecom”) preferiscono autodefinirsi con il più generico e neutrale termine di “Comunicatori”. Un epiteto che sicuramente lascia spazio ad ampi margini d’immaginazione, fomentando così l’alone di mistero circostante l’origine dell’acronimo più poliedrico all’interno delle facoltà umanistiche.
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE: COMUNICAZIONE DI CHE?
“Un’emittente, un messaggio e un destinatario sono gli elementi che compongono lo schema essenziale di un atto comunicativo. Milioni di variabili ruotano intorno a tale triade, che tuttavia si mantiene pressoché stabile e invariata nell’imprescindibilità dei propri presupposti”. Questo è uno dei primi concetti che si imparano a Scidecom… Ma applicando questo teorema al mondo in cui si trova proiettato uno studente medio, si intravedono tutte le sottili sfaccettature che questo Corso di Laurea dispone nel suo Piano d’Offerta Formativa.
Ben lungi dalle trasognate aspirazioni dei vicini compagni di Lettere e Filosofia, l’apprendista comunicatore auspica un futuro lavorativo ben saldo nella realtà, seppur spaziante tra i più disparati campi d’applicazione. Materie come giornalismo, radio e televisione – approfondite nella laurea specialistica su “Comunicazione e Culture dei Media” – costituiscono solo una delle facce della medaglia: gli studenti desiderosi di applicarsi in settori inerenti l’informatica, il marketing e la pubblicità potranno accedere alla più tecnica “Produzione e organizzazione della comunicazione e della conoscenza”. Un modo per lasciare spazio all’inventiva e all’intraprendenza dei Triennalisti, freschi d’una formazione tanto vasta quanto limitante, un vero passepartout da esperto “tuttologo”.
SCIDECOM COME STILE DI VITA
Studiare “tutto e niente” non è solamente interessante, ma un vero e proprio modo di intendere le cose. «Ho scelto Scidecom perché non volevo chiudermi in un’etichetta – afferma Luca, piglio fiero e deciso – Saper comunicare implica una flessibilità assoluta che nessun’altra professionalità impersona. Non si tratta di una scelta di carriera, ma di un vero e proprio stile di vita: è la strada per chi non vuole essere categorizzato e ha il coraggio di mettersi in gioco in qualsiasi campo». Una stoccata diretta a chi sostiene che il corso di laurea sia popolato semplicemente da persone estrapolate e superficiali rispetto alle decisioni sul proprio futuro.
CANALI E MEZZI DELLA COMUNICAZIONE
Ma dove passa la sua giornata lo Studente Scidecom? Estroverso ed espansivo di natura, l’apprendista comunicatore fa del labirintico territorio di Palazzo Nuovo il suo quartier generale. Palazzetto Lionello Venturi, l’Itis Avogadro e l’Istituto Cabrini rappresentano dunque le appendici di tale base strategica, altresì luoghi di pellegrinaggio collettivo sulla cui rotta è possibile smarrirsi, trovandosi rapiti nei meandri delle meraviglie culturali e gastronomiche offerte dal quartiere universitario. King’s Bar e Genesi rappresentano gli ostacoli immediati per uno spuntino tra una lezione e l’altra, a buon prezzo e persino dotati di dehors. Quale “Pausa-Pranzo” migliore, invece, se non quella offerta dall’omonimo locale in via San Massimo, con l’originale pastasciutta in tazza? E se la golosità vi sorprenderà nel cammino verso l’aula, il Caffè della Mole di Via Montebello soddisferà il vostro languore con il marocchino alla nutella più buono della zona.
L’ECO DELLA MACCHINETTA
Per chi invece è di fretta, un caffè alla macchinetta nell’atrio di Palazzo Nuovo e una chiacchierata sul terrazzino del piano rialzato sono l’unica valvola di sfogo per una pausa rubata a lezioni e seminari. Tra i muri tappezzati di locandine e avvisi d’ogni sorta è possibile udire pettegolezzi e dicerie di tutti i tipi. Dalle leggende metropolitane circa la natura aliena di certi docenti “dal linguaggio troppo forbito o dall’atteggiamento straordinariamente robotico”, sino alle paure legate all’esame di informatica del temuto Prof. C., vero spauracchio del corso di laurea. Una smania comunicativa, quella dello Studente Scidecom, che sfora spesso oltre il quarto d’ora accademico, fomentando così il circolo vizioso che per sempre vedrà inquadrati – loro malgrado – i poveri comunicatori nello stereotipo di immancabili ritardatari sfaccendati.
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Fonte: Associazione Arlok
L’ASSOCIAZIONE ARLOK, associazione di animatori, educatori, formatori
ed artisti di strada, parte per un breve viaggio umanitario in Bosnia.
Raccolti quaderni per la scuola e vestiti usati, si sale su due
furgoni e si parte domenica 13 settembre con destinazione la Bosnia.
L’itinerario prevede alcune tappe intermedie con consegna di parte del
materiale e dovrebbe concludersi a Sarajevo con l’incontro con i
bambini bosniaci di alcune comunità e organizzazioni umanitarie locali.
L’associazione Arlok e i 5 volontari del viaggio si autofinanziano il
viaggio ma devono già ringraziare l’associazione ABC Piemonte
(associazione bambini celebrolesi) per un appoggio economico raccolto
dalle famiglie e consegnato ai volontari per contribuire alle spese di
viaggio.
Ringraziamo altresì la ditta ARTI GRAFICHE PM di Vinovo che ha voluto
consegnarci 7 scatoloni di quaderni nuovi da consegnare ai bambini
bosniaci.
il rientro è previsto tra il 18 ed il 20 di settembre e per quella
data saremo in grado di raccontarvi i dettagli del viaggio documentato
anche con articoli e fotografie.
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da La Stampa.it ed.Torino – 9 settembre 2009
POCHI MEDICI? PAGHIAMO LE COLPE DEI VECCHI BARONI
Caro Direttore
dalle dichiarazioni dei presidi a La Stampa di due giorni fa, in merito all’offerta di posti per accedere alle facoltà mediche torinesi, si evince che esiste una disparità di offerta con altre regioni italiane. Prendiamo atto di tale condivisibile visione “federali-sta” del problema, pur rammentando che i concorsi pubblici sono nazionali ed in futuro europei, ma è lecito chiedersi se l’ingiusto trattamento dei “decisori romani” non possa dipendere da una cronica debolezza politica rappresentativa della classe politica locale, in tal caso i giusti interlocutori sarebbero i governi regionali che non hanno difeso a sufficienza i propri atenei.
E’ vero, i dati lo confermano, che nel lungo periodo scarseggeranno i medici, soprattutto in alcune specialità, ma è altrettanto asseverato che, globalmente, nel breve-medio periodo i medici italiani, in rapporto alla popolazione, continueranno ad essere al di sopra della media europea e americana.
Per esempio vi è uno studente di medicina ogni 10 mila abitanti in Europa versus uno ogni 15 mila negli Usa. Ed ancora il numero dei medici in Germania è inferiore del 56% a fronte di un numero di ospedali maggiore rispetto all’Italia.
Subiamo ancora gli effetti dell’onda lunga degli Anni 70 in cui l’accesso a medicina era libero ma, principalmente, sopportiamo le conseguenze di una programmazione dell’offerta specialistica fondata sui rapporti di potere tra “baroni” e sulla loro scarsa propensione, in particolare nei settori chirurgici, a consegnare al mercato professionale uno specialista veramente formato ovvero con all’attivo un tirocinio pratico di livello francese o anglosassone (ad esempio un congruo numero di interventi chirurgici effettuati come primo operatore). E’ indubbio che una scuola che non si adegui alle severe direttive europee abbia uno scarso “appeal” sui potenziali discenti e, conseguentemente, favorisca la diminuzione della domanda vanificando i tentativi di ottenere un maggior numero di posti da Roma. Nel settore disciplinare chirurgico ed anestesiologico alla scarsa remunerazione si associa un sempre più elevato rischio professionale e non deve stupire che i chirurghi scarseggino per vocazione e per timore di un’insufficiente preparazione mentre gli anestesisti tendano a cercare esperienze lavorative affini, lasciando scoperte attività assistenziali primarie e nevralgiche.
L’invecchiamento della popolazione medica ospedaliera è frutto di precedenti diseconomie di gestione. E’ noto, infatti, che, in un passato recente, le assunzioni erano demandate ai capricci dei singoli ed il modello dipartimentale è rimasto per anni sulla carta ed è, tutt’ora, da molti considerato una grave limitazione del proprio potere personale. Il sovradimensionamento legato ad un modello sanitario obsoleto ed inefficiente si è scontrato con una crisi economica che ha imposto una severa riduzione del turn-over e dei posti letto e l’imposizione di un modello organizzativo più efficiente, ma meno appetibile per chi è cresciuto nell’epoca delle “vacche grasse”.
Il vero rimedio non consiste solo nell’aumentare l’offerta formativa, ma, in primis, nel migliorare il processo di formazione e verifica degli specialisti, nell’applicare modelli organizzativi legati al merito e alla valutazione, in un diverso mansionario per gli infermieri il cui ruolo di responsabilità assistenziale appare marginale rispetto agli altri paesi Ocse e agli Usa, nel verificare costantemente quali siano le effettive esigenze del territorio e della popolazione, nel saper anticipare le future trasformazioni della sanità pubblica. Se sapremo fare tutto ciò i “500″ posti auspicati dai presidi non saranno un obiettivo primario, ma la naturale conseguenza di un percorso virtuoso.
[Direttore Chirurgia Oncologica
Molinette
Medico universitario e membro
del CdA dell’Università di
Torino]
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da La Stampa.it ed.Torino – 9 settebre 2009
IL SERVIZIO CIVILE PERDE 700 POSTI
E pensare che è uno dei pochi modelli tutti italiani che all’estero invidiano, studiano e vorrebbero tanto copiare. Peccato che noi lo stiamo smantellando, pezzo dopo pezzo. Anno dopo anno. Da 2 mila a 1300 posti in Piemonte, dimezzati i progetti attivati e gli enti finanziati. Così il Servizio civile rischia di affondare, fallire strangolato dai tagli del governo. Per chi non lo sapesse il servizio civile ha sostituito l’obiezione di coscienza: progetto per giovani da 18 a 28 anni, dodici mesi in servizio presso enti o associazioni a sviluppare progetti di solidarietà, assistenza o legati alla cultura, all’arte, all’ambiente. Dal 2005, sparito l’obbligo della leva, funziona – come la naja – solo su base volontaria. Ma negli ultimi anni è stato lentamente soffocato.
Tra un mese i ragazzi entrati nel 2008 – in Piemonte erano circa 2 mila – avranno tutti terminato il loro anno. Ma i posti hanno visto una drastica riduzione, il 30-40 per cento. In Italia a fronte di 100 mila richieste sono passati da 35 a 24 mila, il numero più basso dal 2003; i progetti finanziati da 4 mila a 2700, i soldi stanziati dall’Ufficio nazionale per il servizio civile – un organo della presidenza del consiglio – ammontano a 210 milioni di euro. Solo un paio d’anni fa si viaggiava oltre i 300 milioni, quando la somma considerata idonea si aggira sui 350 milioni. In Piemonte decine di enti – che fino all’anno scorso potevano contare su un drappello di ragazzi – sono rimasti a secco: dall’Anpas alla Caritas, dalla Legacoop all’Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), dalla diaconia valdese alle Figlie di Maria Ausiliatrice, senza contare diversi comuni e province.
Tradotto, significa che l’anno prossimo molti anziani potrebbero essere senza accompagnamento, molti dializzati senza trasporto in ambulanza, molte biblioteche con meno personale, e una valanga di enti e associazioni di volontariato senza quell’esercito di giovani pagati una miseria (430 euro al mese per 30 ore a settimana) che riusciva ad assicurare centinaia di servizi, soprattutto per le fasce più deboli.
«Noi salesiani ci siamo salvati dal flagello», spiega Stefano Miolans dell’Ufficio servizio civile dei salesiani e segretario del Tavolo enti servizio civile del Piemonte. «Però il taglio, in regione, oscilla tra il 30 e il 40 per cento. Il Nord ancora una volta ne esce penalizzato (appena il 27 per cento dei posti, ndr). Spiace dirlo, ma il sospetto è che il governo utilizzi il servizio civile come ammortizzatore sociale nelle regioni più disagiate». E Licio Palazzini, presidente di Arci servizio civile: «I primi a essere danneggiati sono i giovani che hanno sempre meno possibilità di impegno. Poi ci sono i cittadini, che dal servizio civile possono avere un sostegno. E alla fine, visto che il servizio ha contribuito a formare figure professionali utili alla collettività, ci sono anche le ricadute sul tessuto sociale».
La Conferenza nazionale enti per il servizio civile ha chiesto al governo di stanziare un finanziamento straordinario che permetta l’avvio di altri 10 mila giovani in modo da pareggiare il numero dello scorso anno e stabilizzare dal 2010 il numero dei posti disponibili in tutta Italia a quota 40 mila. Significa un impegno economico che l’esecutivo non sembra volersi sobbarcare in questa fase.
Il rischio è che parte di quel tessuto che si dedica al volontariato e al bene comune venga a poco a poco strangolato. Nunzia Boccia, responsabile della formazione generale dei volontari nel servizio civile dei Giuseppini del Murialdo, è pessimista. «Molti piccoli enti, pur con progetti approvati, si troveranno quasi sicuramente a non averne nessuno attivato. Negli ultimi anni la Pia Società Torinese di San Giuseppe – Giuseppini del Murialdo, pur avendo valutazioni positive non è stata finanziata». A lungo andare tanti piccole realtà resteranno senza risorse e senza persone. E saranno costrette a chiudere bottega. Così – in Italia, in Piemonte, a Torino – la grande rete della solidarietà si sta sgretolando.
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da La Stampa.it ed.Torino – 5 settembre 2009
BOCCIATO IL TICKET D’INGRESSO AI MURAZZI
«Proposta impraticabile. Creerebbe un precedente per altre zone della città, e comunque non capisco come si possa impedire alla gente di frequentare liberamente i Murazzi, anche solo per fare una passeggiata e curiosare nei menù dei locali. Mi sembra un po’ una roba da ufficio complicazioni affari semplici…».
Parola di Sergio Chiamparino. Ieri pomeriggio il sindaco è intervenuto sull’idea dell’ingresso a pagamento ai Murazzi, avanzata dall’assessore Domenico Mangone (Polizia Municipale), archiviando una soluzione che fin dal mattino aveva catalizzato un coro di critiche bipartisan. Sulle barricate Forza Italia (Cantore, Coppola) e An (Ghiglia, Ravello). Polemica la Lega (Carossa). Contrari Rifondazione (Cassano), Gruppo Comunista (Gallo), Sinistra Democratica (Cerutti, Grimaldi). Imbarazzato il Pd. Se Andrea Giorgis, il capogruppo, replica con il silenzio, Cassiani parla di «proposta irricevibile».
Nemmeno i gestori apprezzano. Da Roberto Marucci («The Beach») a Adriano Bacchella («Alcatraz»), passando per Giancarlo Cara («Magazzino sul Po»), prevale la sgradevole sensazione che si cerchi di scaricare sui locali la questione-sicurezza: «A ciascuno il suo mestiere». Ticket di ingresso? «No grazie». Solo Mario Galfione, «Jam Club», lascia aperto uno spiraglio: «In alcuni giorni, e in presenza di certe manifestazioni, forse può avere un senso… È tutto da valutare, il minimo è che il Comune ci convochi per parlarne».
Anche l’assessore Alessandro Altamura (Commercio), che ieri pomeriggio si è incontrato con Mangone per esaminare il dossier-Murazzi, prende le distanze: «Proposta impossibile. Ci metterebbe in una situazione difficile, non è proprio il caso». A dire di Altamura, nella riunione hanno finito per prevalere altre soluzioni: dal potenziamento dell’illuminazione al rafforzamento del controllo delle rampe, passando per il posizionamento di alcune telecamere. Proposte che saranno discusse in giunta e portate al Tavolo per l’ordine e la Sicurezza. No comment o quasi di Mangone. Ancora ieri mattina l’assessore confermava la sua proposta: dare in concessione d’uso i Murazzi ai gestori dei locali, riuniti in consorzio; il che permetterebbe loro, in alcuni giorni e in alcune ore, di applicare un ticket di ingresso per reperire risorse da investire sulla sicurezza. Ad esempio, l’impiego di vigilantes privati. «Non c’è nulla di nuovo, valuteremo le varie opzioni», ha commentato in serata.
Il sindaco non è convinto. «Un conto è fare convenzioni con i gestori su alcuni fronti, ad esempio la pulizia, altra cosa dare l’area in concessione. Oltretutto, parliamo di persone in arretrato con gli affitti… E poi, se i locali vogliono pagarsi i vigilantes possono farlo anche adesso, no?». Se il buongiorno si vede dal mattino, par di capire che l’ipotesi-ticket sia destinata a finire nel cassetto delle buone intenzioni.
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da La Stampa.it ed.Torino – 5 settembre 2009
MANCANO I MEDICI. DATECI PIU’ STUDENTI
Ci sono quasi 2500 giovani che oggi si addentreranno in una sorta di lotteria. Si contenderanno i 419 posti banditi dai due corsi di laurea in Medicina e chirurgia di Torino e Orbassano. Ogni cento candidati 85 dovranno abbandonare il sogno di una vita: fare il medico. Una selezione spietata, che ha tutta l’aria di un paradosso dagli effetti perversi: lasciare a casa migliaia di persone in una regione che tra cinque o sei anni potrebbe aver bisogno di medici. Al punto che i presidi delle due facoltà torinesi, Giorgio Palestro e Pier Maria Furlan, chiederanno al ministero di poter aumentare i posti disponibili. Il perché è presto detto: nel 2015 il Piemonte dovrà fronteggiare una carenza di camici bianchi in molte specialità.
Quest’anno le Molinette offrono 312 posti, Orbassano 107 e Novara 75. Non basta. «Torino e Orbassano hanno bisogno di cento posti in più: credo che arrivare a quota 500 potrebbe essere l’ideale», spiega il preside di Medicina a Torino Giorgio Palestro. E il suo collega Furlan annuncia: «L’anno prossimo sono intenzionato a chiedere un aumento del 15-20 per cento». La facoltà di Medicina, insieme con l’Ares, l’Ordine dei medici e alcune aziende ospedaliere, ha realizzato uno studio sul fabbisogno in Piemonte entro il 2015. La fotografia racconta che siamo su un crinale: tra qualche anno, se non si interverrà, dovremo fronteggiare carenze in diverse specialità.
«Entro il 2015, salvo prepensionamenti e dimissioni, i nati tra il 1950 e il 1955 andranno in pensione. E ci sono elevate possibilità che alcune scuole di specializzazione preparino troppi pochi medici rispetto al necessario», spiega Palestro. Alle Molinette, ad esempio, l’età media dei dottori supera i 55 anni. «L’esodo sarà massiccio – prevede il direttore generale Giuseppe Galanzino -. Il guaio è che è tardi per colmare le lacune». «Alla fine degli Anni Settanta c’è stato un boom professionale che sta per esaurirsi creando un forte gap tra chi entra e chi esce», aggiunge il presidente dell’Ordine dei medici Amedeo Bianco.
Gli ambiti più a rischio in tutta la regione sono quattro. Le discipline chirurgiche: Chirurgia, Ginecologia, Ortopedia, Urologia. Le discipline mediche: Pediatria, Medicina interna, Medicina generale Psichiatria, Nefrologia, Malattie dell’apparato respiratorio. I servizi: Igiene e medicina preventiva, Patologia clinica, Anestesia. Infine le specializzazioni in fase di sviluppo, là dove le tecniche sono sempre più complesse e le prestazioni richieste sempre maggiori: si va da Medicina e chirurgia d’urgenza a Ortopedia e traumatologia, da Radiodiagnostica a Neuroradiologia.
Il bilancio è disarmante: le carenze di ogni specialità, sommate tra loro, producono un numero superiore a quello dei laureati. Insomma, siamo in pieno deficit. Il primo collo di bottiglia riguarda il numero degli iscritti. «In Piemonte abbiamo 10 iscritti a Medicina ogni 100 mila abitanti, contro una media nazionale di 14 e punte di 17 in Toscana, Lazio, Sardegna e addirittura 19 in Emilia Romagna», spiega Palestro. Non è finita: ogni dieci studenti che passano il test e s’iscrivono uno non si laurea. Il tasso di dispersione penalizza le scuole di specializzazione, tanto è vero che gli specializzandi ogni 100 mila abitanti sono il trenta per cento in meno rispetto alla media nazionale e addirittura la metà rispetto a Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Sardegna.
Basterà aumentare i posti per risolvere il problema? Sembra di no. «Bisognerà pensare a una diversa organizzazione del lavoro», prevede Galanzino, «sul modello anglosassone». E Bianco: «Dovrà essere un processo ragionato. Si dovrà tener conto dell’organizzazione futura dei servizi, della riduzione dei posti letto, delle nuove metodologie di cura, sempre più improntate all’assistenza domiciliare».
Sullo sfondo resta un numero che fa un po’ impressione: 50 mila. Sono i medici che potrebbero mancare all’Italia nel 2040. Pier Maria Furlan lancia un avvertimento: «Se non si interviene rischiamo la fine della Gran Bretagna, che ha sbagliato previsioni, oggi è senza medici ed li deve importare dall’estero».
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da La Repubblica.it ed.Torino – 3 settembre 2009
UNIVERSITA’, E’ BOOM D’ISCRIZIONI
Sono gli aspiranti medici, veterinari, studiosi delle biotecnologie a trainare l´Università degli studi di Torino oltre le 18 mila preimmatricolazioni per l’anno accademico 2009-2010. Richiestissime poi le lauree nelle professioni sanitarie e per i corsi di laurea interfacoltà. Anche grazie alle ottime pagelle che l´ateneo torinese ha ottenuto dai vari istituti di ricerca nazionali e dal ministero nei mesi passati, sono sempre più numerosi i giovani, anche fuori dal Piemonte, che scelgono di studiare e conseguire la laurea a Torino.
Anche il Politecnico qualche giorno fa aveva dato la notizia che le “sue” preimmatricolazione per il prossimo anno accademico erano cresciute del 14 per cento. Su entrambi gli atenei pende però la minaccia dei pesanti tagli agli organici e ai contratti per l´insegnamento di esterni o di giovani ricercatori e dottorandi che potrebbero dover insegnare a titolo gratuito. E solo ad anno iniziato sarà possibile comprendere se, oltre alle promessa, l’offerta formativa sarà davvero rimasta immutata. “È un segnale molto positivo che i giovani scelgano sempre più numerosi di frequentare l´università – dice il rettore Ezio Pelizzetti – è la conferma che la strada dell´istruzione è la sola che possa salvare la società dal degrado. Il sistema universitario torinese funziona bene e lo dimostrano questi dati come quelli che riguardano il Politecnico, speriamo che anche a livello politico si comprenda che questo sistema deve essere valorizzato e rafforza e non solo penalizzato dai tagli”.
Saranno dunque numerosissimi i ragazzi che sosterranno i test di ammissione per le facoltà dove è previsto il numero programmato. Un dato che conferma la tendenza positiva degli ultimi anni per l´ateneo torinese che ha registrato un incredibile aumento di domande per le due facoltà di Medicina e chirurgia, in totale 3 mila 735 (+20%), per la facoltà di Veterinaria (+15%), per le professioni sanitarie (+34%), la Scuola universitaria interfacoltà in Scienze motorie (+4%), la Scuola di biotecnologie (+14%), e per i corsi di laurea interfacoltà (+37%).
E anche ‘scremando’ le domande di quegli studenti che sosterranno più di un test, la media dei posti disponibili per ogni facoltà con lo sbarramento è di circa uno per quattro iscritti. “Anche le modalità dell´esame d´ingresso andrebbe a questo punto rivista – dice Pelizzetti – perché così come è formulata rischia di diventare più che un sistema di valutazione una specie di terno al lotto. Sono diversi anni che sosteniamo che l´unico vero metodo per valutare gli studenti sarebbe quello di seguire il loro andamento nell´ultimo anno di scuola superiore”.
La novità di quest’anno è che il numero programmato è stato introdotto anche per i corsi della facoltà di Lingue e letterature straniere. Una decisione annunciata prima dell´estate e votata in consiglio di facoltà dopo che Lingue si era vista tagliare oltre il cinquanta per cento delle risorse dall´amministrazione centrale. Per la prima volta si sosterrà l´esame per accedervi e i posti saranno 800. A Economia invece sono 2 mila 395 gli studenti iscritti al test che però è solamente orientativo. Restano invece aperte online fino all´11 settembre le preiscrizioni alla nuova Scuola di studi superiori che inaugura quest’anno.
Già ieri mattina sono iniziati i primi esami a Ottica e optometria e Conservazione e restauro dei beni culturali. Domani sarà la volta di Medicina e chirurgia, con l’esordio della seconda facoltà del San Luigi di Orbassano. Venerdì 4 toccherà alle aspiranti matricole per Odontoiatria. I test per i corsi di laurea triennali delle Professioni sanitarie saranno invece il 9 settembre.
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da La Stampa.it ed.Torino – 3 settembre 2009
“SONO GAY”. E IL PADRE LO PICCHIA
È l’unico cognome italiano sul citofono. Via Monterosa, vecchia casa di Barriera, odori che si mischiano: aglio, pesci fritti, menta. È l’ora di cena. Interno cortile. Le finestre sono spalancate sui fatti degli altri. Alle otto di lunedì sentono urlare dalla cucina degli italiani. Insulti al secondo piano. Un ragazzino, 16 anni, piange. Poi grida anche lui. Volano piatti. Minacce, botte. La situazione sta degenerando. Qualcuno chiama i carabinieri.
La prima segnalazione parla genericamente di una «lite animata in famiglia». Un intervento banale, ogni giorno ce ne sono tanti. Arriva un equipaggio del nucleo radiomobile. I militari salgono, vanno a vedere. La situazione in effetti è ancora molto tesa. Padre contro figlio. E viceversa. Ma dietro quella lite in famiglia, scoprono, dopo aver parlato con entrambi, c’è un motivo particolare. «Gli ho detto che sono omosessuale», ha spiegato il ragazzino. «Lui lo sa benissimo, ma non vuole accettarlo». Il padre conferma. La madre piange nell’angolo. I carabinieri fanno tornare la calma. Verificano che nessuno si sia ferito seriamente. Solo qualche livido, escoriazioni, rabbia viva. Non ci sono gli estremi per denunciare qualcuno. Spiegano che si può «procedere solo con una querela di parte».
Il giorno dopo il clima in via Monterosa è ancora teso. Un vicino racconta: «È la seconda volta in pochi giorni che devono intervenire le forze dell’ordine. Anche la polizia è stata al secondo piano. I rapporti con quel ragazzino sono molto tesi».
Il padre, origini pugliesi, faccia pallida da chi ha lavorato tutto agosto, è un uomo di cinquant’anni. Fa il muratore. Scende a parlare, molto provato: «Non è successo niente. Sono fatti nostri. Questa storia non deve uscire da qui». Il fratello maggiore, 19 anni, è sulla stessa lunghezza d’onda: «Non c’è niente da dire, nulla di nulla. Niente da spiegare. Cose nostre. Altrimenti finisce male».
Forse il ragazzino vorrebbe dire la sua. Ma non esce di casa per tutta la mattina. La madre chiude le persiane sul ballatoio: «Sono fatti di famiglia. È un brutto dolore, lasciateci stare».
Non è possibile conoscere dal diretto interessato questa storia. Anche il telefono di casa squilla a vuoto. Nessuno risponde.
«È un ragazzino basso di statura, timido, molto gentile – dice un vicino – va a scuola, studia, passa i pomeriggi ai giardinetti qui dietro». Non ieri. Non dopo le botte in casa. «Sono gay – ha detto – voglio soltanto essere accettato». Ma il padre si opponeva, prima a parole, poi come una furia, come se fosse una decisione negoziabile.
Ai giardini lo conoscono quasi tutti. Sulle panchine qualcuno ha fatto alcune scritte sul tema: «… è frocio». Ma anche qui non è facile trovare persone che abbiano voglia di parlare dell’argomento. «Il padre soffre tantissimo per questa storia, lasciatelo perdere. È una vera disgrazia».
Per fortuna nel palazzo abita Rachid, un ragazzo marocchino di 25 anni. Lui ha capito benissimo quello che sta succedendo, anche senza bisogno di spiegazioni. «L’altra sera ho sentito il litigio. Non è la prima volta che succede. Ma è stato particolarmente violento. Ce l’hanno con il figlio minorenne. Per me è un bravissimo ragazzino, un tipo a posto, simpatico, qui gli vogliamo tutti bene. Ma ho sentito troppa rabbia in quella casa, non è giusto. Il piccolo italiano non va lasciato solo».
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da La Stampa.it ed.Torino – 2 settembre 2009
TORINO SCOPRE IL TAXI FORMATO TRICICLO
A settembre i “velocipedi” elettrici in centro
Torino. Elettrici, quindi a imbatto ambientale zero, operativi in un raggio di 4-5 chilometri, in grado di viaggiare sulle piste ciclabili e su strada alla velocità di 5-6 chilometri orari.
Sono i «velocipedi» a tre ruote che dal 22 settembre, in occasione della Settimana mondiale dell’Ambiente, e fino ai primi di novembre, debutteranno sotto la Mole per scarrozzare i cittadini e soprattutto i turisti nel cuore del centro città.
La prospettiva, che coinvolge quattro assessorati – Ambiente, Mobilità, Turismo, Commercio, più la Polizia Municipale – rimanda al servizio già presente in altre città europee e italiane. Come spiega l’assessore comunale Roberto Tricarico (Ambiente), al quale spetta la paternità dell’idea, l’obiettivo è sperimentare, e nel caso istituzionalizzare, una forma di trasporto che archivia i vecchi quadricicli a pedali gialli forniti durante le domeniche ecologiche e tuttora operativi nei viali interni dei cimiteri. Trasporto «pulito» – e gratuito (in Italia i velocipedi, riconosciuti dal codice stradale, non possono svolgere servizio-taxi) -, patrocinato dal Comune ma sostenuto da sponsor privati, che può trasformarsi in una piccola fonte di introiti per i «pedalatori» che saranno aiutati dal motore elettrico.
E’ già arrivato il via libera della Polizia Municipale. In attesa dell’ok ufficiale del Comune, in linea di massima favorevole, c’è anche una proposta concreta. Una bozza di progetto è stata presentata nei giorni scorsi dalla «RI-SHOW srl», società già attiva a Milano e Roma in attesa di sbarcare a Palermo. Tanto per rendere l’idea, si consideri che il «VeloLeo», così si chiama il «triciclo», circola già in 35 nazioni e in 85 città del mondo. All’estero, dove il velocipede può svolgere servizio-taxi, il conducente percepisce un tot a chilometro: 2,5 euro per il primo chilometro, 1-1,5 euro per i successivi.
«Siamo molto interessati dalla disponibilità del Comune – spiega Gianluigi Barone Diana, ad della società -. Alla Città chiediamo il patrocinio e uno spazio per il ricovero notturno dei mezzi, dotato di elettricità per ricaricare le batterie. Le spese della ricarica le sosterremo noi». Gli altri costi (raccolta pubblicitaria, tasse varie, decorazioni e noleggio-veicoli) saranno coperti dalla società tramite l’intervento degli sponsor. Quando non sarà presente pubblicità commerciale, la «RI-SHOW» si impegna a mettere a disposizione del Comune gli spazi sui veicoli a titolo gratuito, con la sola copertura dei costi vivi, per attività di comunicazione rivolte a cittadini e turisti.
Il progetto all’esame di Palazzo civico è corredato da una bozza di percorso: piazza Carlo Felice, via Roma, via Lagrange, piazza San Carlo, piazza Castello, via Garibaldi e ritorno. Lungo il tragitto, che potrebbe essere inserito nei pacchetti turistici sotto la Mole, sorgeranno due fermate. Proposta allettante per l’amministrazione, che dopo la via crucis del «bike-sharing» può scommettere su una carta nuova senza legarsi le mani.
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da La Stampa.it ed.Torino – 2 settembre 2009
ALL’ASILO SI PARLERA’ ARABO
“AIUTO ALL’INTEGRAZIONE”
Insegnanti poliglotti, in grado di padroneggiare una lingua che italiano non è, per alunni sempre più multietnici. Attenzione, però, non al liceo o alle medie, ma negli asili comunali di Torino, dove da gennaio l’amministrazione, prima in Italia, darà il via a corsi obbligatori di lingua straniera per le maestre delle materne. E sbaglia chi pensa subito all’ormai indispensabile e diffusissimo inglese: agli insegnanti degli asili sarà richiesto di apprendere, a scelta, il tedesco, il francese, il romeno, il cinese e in particolare l’arabo, perché «anche per i bambini italiani è utile, fin dalla più tenera età, potersi avvicinare a culture diverse dalla propria».
A volere fortemente questa novità, conscio della metamorfosi che stanno vivendo gli asili torinesi (il caso della struttura Bay di San Salvario, che ha il 60 per cento di bambini stranieri, guida la classifica delle scuole ad alto tasso di bambini non italiani), è l’assessore all’Istruzione Beppe Borgogno. «Dal momento che questi corsi riguarderanno il personale della scuola materna che si occupa dei piccoli fino ai cinque anni – ha spiegato ieri – va da sé che tutto ciò non è finalizzato all’organizzazione di elaborati corsi di grammatica: si chiede soltanto alle maestre di potersi rivolgere in più lingue ai bambini per stimolare in loro uno strumento di apprendimento e per farli entrare in contatto con realtà e culture diverse sempre più massicciamente presenti nel nostro Paese».
Il Comune di Torino ha deciso. Ma prima di dare il via libera a questi corsi, dovrà sottoporre la questione ai sindacati e convincere realtà come le fondazioni bancarie a collaborare economicamente al progetto. «Attualmente, su 900 maestre in forza alle nostre materne soltanto una trentina è in grado di offrire insegnamenti multilingue ai bambini – spiega ancora Borgogno – grazie a questo progetto, che speriamo venga cofinanziato anche da sponsor come le banche, prepareremo duecento insegnanti alla volta, e nel giro di cinque anni tutto il corpo docente potrà rivolgersi ai bambini in più lingue».
Alla materna, si sa, i bambini non seguono lezioni vere e proprie. Si gioca, si sta insieme, si disegna, si crea, si fa merenda guidati dagli insegnanti. Quindi è facile immaginare che, una volta completato questo progetto, dopo una giornata all’asilo Mohammed tornerà a casa e saprà che «giocare» in tedesco si dice «zu spielen», mentre Giovanni potrà tentare di gorgheggiare in arabo la parola mela.
«Saranno i primi passi rudimentali fra le lingue straniere – chiarisce Garbarini della Divisione Istruzione – giusto per far capire ai bambini che il loro vicino di armadietto con gli occhi a mandorla non parla italiano e scrive con gli ideogrammi. E poi ai bambini solitamente riesce il miracolo di imparare in fretta e di sentirsi subito stimolati a volerne sapere di più».
I primi a usufruirne saranno certamente gli iscritti all’asilo Bay di San Salvario, quello per cui adesso anche i genitori italiani si mettono in coda. Un piccolo e miracoloso esempio di integrazione perfetta che soltanto qualche tempo fa, storia degli Anni Novanta, era considerato come la «materna dei neri», con il risultato che quasi nessun genitore italiano voleva mandarci i propri figli.
Oggi la situazione è completamente diversa, tanto che quelle stesse classi ad alto tasso di occhi a mandorla e pelle nera sono diventate uno status symbol. Il piccolo asilo che negli Anni Novanta chiese l’aiuto del Comune per finanziare progetti speciali in grado di attutire i conflitti che precedono l’integrazione, da qualche giorno non sa come fronteggiare le richieste in arrivo dai genitori italiani che oltretutto vivono in altri quartieri. «Abbiamo 62 posti e una lista d’attesa di altri 75 con domande che arrivano da tutte le zone della città», spiega la direttrice didattica Marica Marcellino. «Dati del genere – aveva commentato lo stesso assessore Borgogno qualche giorno fa – dimostrano che in questa scuola sono riusciti a trasformare l’alto tasso di stranieri in opportunità». E presto anche gli insegnanti si rivolgeranno a questi bambini nelle loro lingue d’origine.
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da La Repubblica.it ed.Torino – 1 settembre 2009
“CERCASI DISPERATAMENTE CASA”
IL PRIMO ESAME PER LE MATRICOLE
Dopo la chiusura delle pre-immatricolazioni alle quattro facoltà di Ingegneria, il Politecnico può sorridere. I numeri infatti parlano di ben cinquemila preiscritti di cui il 77 per cento maschi e il 23 femmine. Anche quest´anno quindi le cifre evidenziano quanto crescente sia l´interesse verso le materie scientifiche da parte dei freschi maturati.
A ben guardare le preferenze sembrerebbero essere andate (come attestano i dati indicati nella scelta dei corsi) alle tematiche dell´industria e dello sviluppo sostenibile. Indicazioni di massima che vanno poi di pari passo con alcuni dati concreti: il Politecnico ha infatti fatto registrare il segno positivo sul capitolo delle preiscrizioni grazie a un trend di aumento, secondo i dati forniti dalla stessa Facoltà, di quasi il 14 per cento. Un incremento ulteriore rispetto agli anni passati visto che nel 2008 l´aumento era stato del 11,2 per cento. Quest´anno la novità riguarda inoltre la possibilità di sostenere la prova di ammissione al test orientativo in anticipo: circa 2.000 studenti infatti hanno deciso di partecipare alla prova svoltasi nelle sessioni primaverili e più della metà ha confermato la volontà di iscriversi. Cinquecento tra questi ha inoltre già completato la strada dell´immatricolazione.
«I dati portano ad analizzare due elementi in particolare– spiega il rettore Francesco Profumo – il primo riguarda il desiderio delle famiglie di continuare a investire nella formazione nonostante la crisi e le difficoltà economiche evidenti, il secondo invece fa riferimento alla scelta dell´indirizzo: la volontà è stata privilegiare l´obiettivo della sicura capacità di occupazione dopo la laurea che la nostra facoltà è indubbiamente in grado di garantire».
Una crescita, sempre secondo Profumo, ancora più significava se si considera il calo demografico (di quasi il nove per cento dal 2000 ad oggi tra i soli diciannovenni) a cui si assiste in Piemonte:«Il Politecnico conferma la sua capacità di attrarre studenti da fuori regione e dall´estero perché è un´università che offre una formazione di ottimo livello in un territorio che fornisce servizi all´avanguardia». Concluso l´iter delle preiscrizioni, il prossimo appuntamento (il 2 settembre) è con il test selettivo che riguarderà oltre i tre corsi di laurea specifici (ingegneria dell´autoveicolo, produzione industriale e ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione) anche Architettura: «Puntiamo sempre di più sul merito. Le strategie dell´ateneo e le politiche di orientamento adottate si stanno dimostrando efficaci per attirare talenti provenienti da tutta Italia: il fatto che oltre il 60 per cento degli studenti preiscritti si sia diplomato con una votazione superiore a 80/100 all´esame di stato conferma la qualità della nostra scelta e la precisa volontà di attrarre l´eccellenza» conclude Profumo.
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da Repubblica.it ed.Genova – 28 agosto 2009
G8, LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA
“GIULIANI UCCISO PER LEGITTIMA DIFESA”
I giudici di Strasburgo hanno accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti durante il G8 di Genova del Luglio 2001
Mario Placanica, il carabiniere che nel luglio del 2001 uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, ha agito per legittima difesa. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza resa pubblica oggi. I giudici di Strasburgo hanno respinto quasi tutti gli elementi del ricorso della famiglia di Giuliani contro lo Stato italiano, dichiarando la non violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in tre casi su quattro.
La Corte ha quindi accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti. Secondo la sentenza, infatti, il militare che sparò a Giuliani non è ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi. “Il carabiniere”, si legge nella sentenza, “si stava confrontando con un gruppo di manifestanti che stava portando avanti un violento attacco al veicolo su cui si trovava”. Il militare ha sparato “solo quando l’attacco è proseguito” e quando “ha percepito un rischio reale e imminente per la sua vita e quella dei suoi colleghi”.
I giudici hanno anche ritenuto che, a differenza di quanto sostenuto dalla famiglia Giuliani, il governo italiano abbia cooperato sufficientemente con la Corte, consentendo di condurre un appropriato esame del caso. Nessuna violazione, dunque, dell’articolo 38 della convenzione che impone agli Stati contraenti di fornire tutte le informazioni richieste dai giudici di Strasburgo.
La Corte ha dato invece ragione ai familiari di Carlo Giuliani riconoscendo come l’Italia avrebbe dovuto svolgere un’inchiesta per stabilire se il fatto potesse essere ascrivibile a una cattiva pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico. Secondo i giudici, quando uno Stato ospita un evento come il G8, considerato ad alto livello di rischio, è necessario prendere ogni misura di sicurezza necessaria anche per salvaguardare i diritti di chi protesta e la libertà di espressione: l’italia nel pianificare e preparare le misure di pubblica sicurezza, avrebbe “minimizzato” i rischi. Anche se la Corte non riconosce alcun legame diretto e immediato tra i ‘difetti’ nella preparazione delle operazioni e la morte di Carlo Giuliani. Per questo i giudici hanno stabilito che lo Stato dovrà risarcire 40.000 euro ai genitori di Carlo Giuliani.
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dal blog di Unilibera – 28 agosto 2009
PINO MASCIARI E LE INTIMIDAZIONI
Un ordigno sul davanzale della sede dell’ex ditta di Pino Masciari. Il “messaggio”, perché di questo al momento si tratta, è stato lasciato su uno dei davanzali degli uffici dell’ex sede dell’impresa di costruzioni di Pino Masciari, a Serra San Bruno. Un “messaggio” intimidatorio pesante che avrebbe fatto molto rumore qualora la miccia, a lenta combustione, non si fosse spenta da sola. Un ordigno di medio potenziale, infatti, è stato piazzato la notte scorsa, da ignoti, alla sede storica dell’ex impresa di costruzioni di Pino Masciari, testimone di giustizia che da oltre un decennio vive in località protetta dopo aver denunciato i propri estorsori, alcuni dei quali sono stati anche condannati. Ad apprendere la notizia è stato lo stesso Masciari – ormai divenuto il testimonial a livello nazionale e all’estero della lotta alla criminalità – ieri mattina a Palermo, mentre assieme al fratello di Paolo Borsellino partecipava alla commemorazione del magistrato ucciso dalla mafia. «Ci trovavamo all’interno del palazzo di giustizia – racconta Masciari – quando ho saputo dell’ordigno lasciato sul davanzale degli uffici della mia impresa, gli stessi locali dove nel mese di gennaio ho accompagnato l’équipe di una televisione svizzera che ha girato un documentario ». Da quanto si è appreso a rinvenire la bomba – che comunque nel caso in cui fosse esplosa non avrebbe causato ingenti danni alla struttura in quanto realizzata con materiali blindati – sono stati alcuni familiari di Masciari i quali hanno subito avvertito i carabinieri della Compagnia di Serra San Bruno. Sul posto – che si trova alla periferia del centro montano dove peraltro sono ubicate l’abitazione paterna del testimone di giustizia e quelle di altri familiari – sono intervenuti anche gli artificieri che hanno provveduto a disinnescare la bomba. «Non so che dire – commenta Masciari – certo è che tutta la vicenda ha i connotati di un vero e proprio messaggio intimidatorio, che lascia aperti molti interrogativi. Ritengo che mi abbiano voluto dire: noi ci siamo e ti stiamo seguendo. Staremo a vedere – aggiunge – ma se qualcuno ritiene che con questi gesti si possa zittirmi, allora sbaglia di grosso. Da anni ormai mi sono affidato alle Istituzioni, ho messo nelle loro mani la mia vita e quella della mia famiglia. Ho vissuto nel totale isolamento una vita che non mi apparteneva, ma ne è valsa la pena perché nei valori che mi hanno spinto a denunciare ci credevo e ci credo». E nel ribadire la massima fiducia negli inquirenti, «che – rileva – stanno indagando a 360 gradi e che faranno certamente il loro dovere», Masciari chiarisce: «Io vado comunque avanti, ma sia ben chiaro che i miei fratelli non hanno nulla a che fare con me. Loro sono loro, io sono io e da tempo, ormai, nelle scelte non abbiamo nulla da spartire ».
di Marialucia Conistabile
tratto da La Gazzetta del Sud del 20 luglio 2009
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da La Stampa.it ed.Torino – 11 agosto 2009
TORINO, LAUREATI PIÚ GIOVANI E OCCUPATI
Ma fanno meno esperienze di studio all’estero rispetto al passato
Gli universitari torinesi arrivano prima alla laurea, con maggiori esperienze di stage, ma meno di studi all’estero: sono questi i risultati della riforma così come emergono dall’indagine di Almalaurea sui giovani usciti dall’ateneo nel 2008. L’analisi ha riguardato 6.259 laureati di primo livello e 2.783 laureati nei percorsi specialistici biennali.
Sull’occupazione dei laureati di primo livello a un anno dalla laurea, la ricerca ha rilevato che su 6.332 laureati del 2007 il 52,9% continua la formazione con la laurea specialistica (media nazionale 59%),il 58,3 lavora (media nazionale il 48%). Tra gli occupati, il 39,2% è dedito esclusivamente al lavoro, il 19,1% coniuga la laurea specialistica con il lavoro.
Solo il 5% si dichiara alla ricerca di lavoro. Il 44% dei laureati ha un lavoro stabile (contratti a tempo indeterminato e lavoro autonomo) contro il 42% nazionale. Il lavoro atipico (contratti a tempo determinato, collaborazioni, ecc.) coinvolge 38,8% (la media nazionale è del 41%). A un anno dalla laurea i laureati di primo livello di Torino guadagnano 1.029 euro contro i 1.007 del complesso dei laureati. Si conferma la discriminazione di genere in tutta Italia:le laureate guadagnano 972 euro mensili netti contro i 1.141 degli uomini.
L’età alla laurea di primo livello nel complesso è stata di 26,8 anni contro i 27,7 del 2001 prima della riforma. Nel passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, gli effetti positivi sulla regolarità negli studi sono evidenti: i laureati di Torino in corso nel 2001 erano l’11%, nel 2008 il 49%. Con la riforma lievitano anche le esperienze di tirocinio e stage che coinvolgevano il 25% dei laureati 2001 contro il 54% dei laureati 2008.Un aspetto importante della formazione universitaria che viene invece penalizzato è rappresentato dalle esperienze di studio all’estero: nel 2008 il 13%, nel 2001 il 20%.
Nell’identikit dei laureati di primo livello dell’Università di Torino si evidenziano alcune peculiarità rispetto alla media nazionale. Mentre l’età media di conseguimento del titolo a 26 anni è in linea, la regolarità negli studi è decisamente migliore: il 51% dei laureati non è fuori corso contro il 40,7%. La riforma universitaria ha portato anche ad un aumento dei laureati che frequentano regolarmente le lezioni: il 67% dei laureati triennali ha frequentato oltre i tre quarti degli insegnamenti previsti, come nella media nazionale. Per quanto riguarda il giudizio dei laureati sull’esperienza universitaria, l’88% dei laureati dell’Università di Torino si dichiara complessivamente soddisfatto del corso di studi e il 70% ha dichiarato di voler proseguire gli studi.
Il traguardo della conclusione degli studi specialistici è raggiunto in media a 26,4 anni (è di 27 anni nel complesso dei laureati specialistici). La percentuale dei laureati in corso è elevata:56%, come nella media nazionale, con il 35,5% che si laurea al primo anno fuori corso. Il 69% ha frequentato almeno i tre quarti delle lezioni. Durante il biennio specialistico, il 60% ha svolto tirocini o stage, più della media nazionale del 55%. Il 16% ha studiato all’estero (l’8% con Erasmus), un valore sostanzialmente in linea con la media nazionale (il 15%; l¨8,5% con l’Erasmus). Anche in questo caso la soddisfazione rispetto al corso di studi è elevata: 88% (la media nazionale è dell’89%). Dopo la laurea specialistica il 40% intende proseguire la formazione (la media nazionale è del 43%): tra questi, il 13% con un dottorato di ricerca, il 7% con una scuola di specializzazione post-laurea e il 6% con un master universitario.
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dal blog di Libre – 4 agosto 2009
SOS RIALTO: SIAMO CULTURA INDIPENDENTE NON ABUSIVA
A tre mesi dal sequestro preventivo del 20 marzo 2009 di quasi tutti gli spazi legittimamente assegnati dal Comune di Roma all’Associazione Rialtoccupato, arriva l’ampliamento del sequestro anche alla sala teatro e al cortile interno. Con questa ennesima azione di polizia si tenta di chiudere definitivamente il progetto culturale del Rialto. Nel corso di 10 anni di attività tutti gli spazi del Rialto hanno accolto una quantità enorme di artisti, che hanno messo in scena spettacoli, video proiezioni, arte contemporanea, concerti. Soltanto considerando l’attività teatrale, il Rialto ha ospitato un numero di compagnie tre volte superiore a quelle presentate mediamente dai teatri istituzionali.
In questo vasto panorama di artisti romani, italiani e stranieri, sono passate molte realtà che oggi ricoprono un ruolo di primo piano nella scena nazionale, come Ascanio Celestini, Massimiliano Civica, Davide Enia, Roberto Latini, l’Accademia degli Artefatti.
Altri, già forti di un lungo percorso internazionale, come Giorgio Barberio Corsetti o Fanny & Alexander, hanno scelto di portare il loro lavoro in una ex palestra di sei metri per sei perché riconoscevano in quel luogo uno spazio vivo della cultura contemporanea a Roma.
I nomi di punta della scena emergente, dai Santasangre ai Pathosformel, da Daniele Timpano a Babilonia Teatri, da Lucia Calamaro ai Muta Imago, sono passati tutti dal teatro del Rialto, e in qualche caso è proprio nel complesso del Santambrogio che hanno creato i loro spettacoli.
Questo immenso patrimonio di esperienze artistiche e umane ha trovato nel Rialto un luogo dove crescere, entrare in contatto con esperienze simili o con la critica, o ancora esprimere un’idea di cultura indipendente, non subalterna, in grado di parlare al presente. Questo è stato possibile perché il Rialto è un luogo realmente aperto, dove è possibile sperimentare nel tempo e persino sbagliare. Accanto a questa idea di cultura come incontro umano e artistico, il Rialto ha portato avanti un sostegno concreto alla produzione, supportando decine di produzioni e mettendo a disposizione gratuitamente due sale prove per undici mesi l’anno.
In una città come Roma, dove l’assenza di centri di produzione spicca come un primato negativo a livello europeo, significa dare un contributo sostanziale alla nascita di decine di spettacoli ogni anno. Spettacoli che poi girano nei principali festival italiani, da Santarcangelo a Castiglioncello fino al Festival Teatro Italia di Napoli, o nelle piazze principali del teatro contemporaneo, come il Teatro India di Roma.
Tutto questo è stato possibile grazie a un modello che non è mai dipeso dai finanziamenti pubblici o privati, un sistema di auto-finanziamento che ha consentito di dare continuità ai progetti artistici, laddove la continuità in campo culturale è diventata un miraggio; e tutto questo nella più totale indipendenza artistica e di pensiero. Un modello di economia alternativa da anni sperimentato in tutte le realtà indipendenti, che oggi si vuole additare a mera attività di commercio abusivo.
Il ruolo svolto in questi anni di monitoraggio, supporto e dialogo costante con le realtà emergenti del territorio e nazionali hanno fatto del Rialto uno dei luoghi simbolo della scena indipendente. La trasversalità della programmazione ha portato al dialogo con diverse istituzioni culturali, dai centri di cultura internazionali alla Festa del Cinema, fino alla Fondazione Romaeuropa, che ha supportato il progetto di produzione Ztl-pro insieme alla Provincia di Roma, ideato dalla rete di operatori indipendenti romani Ztl (composta da Rialto, Angelo Mai, Santasangre/Kollatino Underground, Teatro Furio Camillo, Triangolo Scaleno Teatro / Teatri di Vetro).
L’attività di Ztl dimostra come la cultura indipendente, al contrario delle logiche competitive che ispirano anche le strutture pubbliche, cresce e si sviluppa in una dimensione di cooperazione e condivisione. L’attività costante del Rialto, che è un punto importante nella geografia culturale della capitale, ha sempre pensato se stessa come un tassello di un movimento più vasto, che ha cercato di far emergere i linguaggi del contemporaneo in un panorama culturale, come quello romano, tendenzialmente refrattario all’innovazione. Allo stesso tempo, il Rialto come luogo è stato quotidianamente punto di incontro per discussioni, riunioni, dibattiti, assemblee, dando un sostegno concreto e “fisico” all’incontro tra soggetti diversi.
A tutti coloro che hanno attraversato il Rialto perché ci sono andati in scena, hanno provato e fatto debuttare qui i propri spettacoli, sono stati semplici spettatori, hanno recensito scritto studiato, a chi si è solo incuriosito, a tutti coloro che sentono risuonare tra le mura del Rialto qualcosa di familiare e prezioso, che a Roma non può venire meno, chiediamo di esprimere con una firma il proprio sostegno attento e appassionato.
Grazie a tutti coloro che saranno con noi a cui speriamo di dare presto notizie positive.
(Appello del centro di culturale internazionale Rialto Sant’Ambrogio di Roma. Per sottoscriverlo, basta firmare sulla mail: info@rialto.roma.it).
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da La Stampa.it ed.Torino – 25 luglio 2009
I FIGLI DEI GAY SONO FELICI
Un bambino che cresce in una coppia omosessuale può avere difficoltà nello sviluppo della propria personalità in quanto risente della mancanza di una classica figura di riferimento come il padre o la madre, recita una convinzione piuttosto diffusa. Che succede però se uno studio scientifico dimostra esattamente il contrario? E cioè che lo sviluppo di un ragazzino con due padri o due madri non si differenzia in modo sostanziale dallo sviluppo di un coetaneo cresciuto in una famiglia eterosessuale?
Se lo sta domandando in questi giorni la Germania, confrontata con i risultati di uno studio dell’Istituto di ricerca sulla famiglia dell’università di Bamberga commissionato dal ministero della Giustizia tedesco ed appena presentato. La conclusione centrale dell’indagine: «I bambini in una famiglia omosessuale hanno uno sviluppo altrettanto positivo di quelli che crescono all’interno di altre forme familiari». Detto altrimenti: «Per lo sviluppo dei bambini non è decisiva la struttura della famiglia, bensì la qualità dei rapporti all’interno della famiglia».
Parole che rompono con pregiudizi radicati e che hanno innescato un acceso dibattito politico. Perché da quelle parole il ministro federale della Giustizia, la socialdemocratica Brigitte Zypries, ha tratto una richiesta precisa: occorre introdurre un diritto d’adozione pieno per le coppie omosessuali. Finora, infatti, una legge approvata nel 2001 assegna alle coppie legate in un’unione civile un diritto d’adozione soltanto parziale: una lesbica può per esempio adottare il bambino che la propria partner ha avuto da una precedente relazione con un uomo.
In ogni caso la legge vieta l’adozione congiunta di un bambino da parte di entrambi i conviventi omosessuali. Un divieto che ora Zypries intende abolire. «Le coppie omosessuali non sono dei genitori peggiori» di altri, visto che «l’importante è il buon rapporto tra figlio e genitori, non l’orientamento sessuale di questi ultimi». Lo studio sembra confermare questa convinzione: il team della dottoressa Marina Rupp ha scoperto che lo sviluppo della personalità e l’andamento scolastico e lavorativo dei ragazzi cresciuti all’interno delle cosiddette «famiglie arcobaleno» (dalla bandiera multicolore simbolo del movimento omosessuale) risultano positivi.
I bambini non mostrano una tendenza all’aggressività o alla depressione maggiore rispetto alla media e nella maggioranza dei casi (il 63%) non hanno sperimentato forme di discriminazione. Insomma «non c’è alcun motivo per non consentire l’adozione congiunta» da parte delle coppie omosessuali e la Germania dovrebbe applicare un accordo europeo in materia, conclude lo studio. A rafforzare la tesi c’è l’ampiezza della ricerca: sui circa 2200 bambini che in Germania crescono all’interno di una «convivenza registrata» il team della Rupp ne ha intervistati 95 direttamente e 693 indirettamente (cioè parlando coi rispettivi «genitori»).
Certo, con la legislatura ormai agli sgoccioli (il 27 settembre si vota), la proposta della Zypries di rafforzare i diritti delle coppie omosessuali non ha di fatto alcuna chance di passare. Eppure la sua iniziativa ha fatto rumore, provocando l’immediato no della Cdu, il partito cristiano-democratico del cancelliere Angela Merkel, alleato dei socialdemocratici nella Grande Coalizione. «Restiamo convinti del fatto che i bambini crescano al meglio là dove c’è una relazione tra un uomo e una donna», ha tagliato corto il vicecapogruppo parlamentare della Cdu Wolfgang Bosbach. «Non c’è alcun motivo per equiparare le unioni tra lo stesso sesso al matrimonio tradizionale», ha rincarato.
di Alessandro Alviani
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da La Stampa.it – 24 luglio 2009
IL GOVERNO PREMIA GLI ATENEI MIGLIORI
Più fondi agli atenei virtuosi. È quanto stabilito nel pacchetto università presentato dal ministro dell’Istruzione e dell’Università, Mariastella Gelmini, e approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Sulla base del provvedimento, si legge in una nota ministeriale, il 7% del Fondo di finanziamento ordinario, pari a 525 milioni di euro, è distribuito in base alla qualità della Ricerca e della didattica degli Atenei. In particolare, i 2/3 di questo fondo sono stati assegnati in base alla qualità della ricerca, 1/3 in base alla qualità della didattica.
Con il «pacchetto università» approvato oggi dal Consiglio dei Ministri, verrà «avviata una più coerente razionalizzazione dei corsi di laurea», che prevede «il taglio di corsi inutili». Lo afferma in una nota il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. «In questi anni – si legge nella nota – si e assistito a una proliferazione di insegnamenti che non rispondono alle reali richieste del mercato del lavoro. Negli ultimi mesi sono già stati tagliati il 20% dei corsi inutili e con questo provvedimento sarà possibile ridurli ulteriormente». Ad esempio, i corsi di specializzazione di medicina sono stati ridotti da 1.600 a 1.200, così come sono stati ridotti anche i settori disciplinari.
In particolare, si legge ancora nella nota del ministero, con questo provvedimento sarà avviata una più coerente razionalizzazione dei corsi di laurea, attraverso una definizione di più elevati requisiti di docenza per attivare i corsi di studio, al fine di ridurne la proliferazione, la disattivazione obbligatoria dei corsi di studio con basso numero di studenti, la limitazione alla proliferazione degli insegnamenti, attraverso l’individuazione del carico massimo di docenza che ciascun ateneo è complessivamente in grado di erogare.
Altri effetti ipotizzati nel provvedimento, sono la limitazione alla frammentazione degli insegnamenti attraverso definizione del numero minimo di crediti (6) per esame, l’eliminazione degli ostacoli di natura organizzativa e formale alla mobilità degli studenti, determinati da una eccessiva eterogeneità dei regolamenti didattici degli atenei, il potenziamento dell’efficacia valutazione interna, prevedendo una composizione dei Nuclei di valutazione d’ateneo a maggioranza esterna, la limitazione del numero di crediti extrauniversitari che ogni ateneo può riconoscere.
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da Corriere della Sera on-line – 22 luglio 2009
LA MAFIA E … LE ISTITUZIONI
Il secondo «tesoro » di Vito Ciancimino — quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale — è custodito all’estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre.
Su quel periodo, sui misteri ancora irrisolti, e sui cosiddetti «mandanti occulti», la commissione parlamentare antimafia ha deciso ieri di aprire un’inchiesta, di cui sarà relatore il presidente Beppe Pisanu. Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati.
Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’estate del ’92. E ancora, la copia integrale della lettera — trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 — dove si parla di richieste all’«onorevole Berlusconi»; forse le altre lettere provenienti da Bernardo Provenzano, di cui ha pure testimoniato il figlio dell’ex sindaco, e il misterioso assegno da 35 milioni firmato in anni lontani da Silvio Berlusconi in favore di Ciancimino sr, di cui Massimo discuteva con la sorella Luciana in una telefonata intercettata nel marzo 2004. «Digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro… », diceva Massimo a Luciana che stava andando a una manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il premier. «Chi, il Berlusconi?», chiedeva lei ridendo. «Sì, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva Massimo.
Luciana era incredula: «Ma che dici… Del Berlusca? ». E il fratello: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo…». Se il giovane Ciancimino dice la verità la riconsegna non avvenne, e quell’assegno è custodito all’estero insieme al papello e alle altre carte che sarebbero il riscontro ai suoi racconti sui contatti tra mafia e istituzioni avvenuti attraverso l’ex sindaco morto a fine 2002. Nell’interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no.
Poi, eventualmente, si potrà valutare l’effettiva importanza delle carte rimaste segrete per tutti questi anni. E interpretare meglio le ultime uscite intorno alle novità vere e presunte nelle inchieste sulle stragi di mafia. A cominciare da quelle di Totò Riina. Il «capo dei capi» di Cosa Nostra sarà probabilmente interrogato nei prossimi giorni dai magistrati di Caltanissetta (titolari delle indagini sulle morti di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta trucidati con loro), che ritengono indirizzato a loro il «messaggio » mandato da Riina attraverso le dichiarazioni affidate al suo avvocato.
Ma secondo le interpretazioni che circolano nel palazzo di giustizia di Palermo, le frasi del capomafia avrebbero (anche) altri destinatari: gli «uomini d’onore», per ribadire che non ci sono vuoti di potere ma a comandare la mafia è ancora lui; e i nuovi, presunti, referenti politici di Cosa Nostra, subentrati ai vecchi dopo le stragi del 1992 e 1993. Le dichiarazioni di Riina sono arrivate all’indomani della diffusione del frammento di lettera che secondo Ciancimino jr proveniva da Provenzano ed era diretta al premier tramite Marcello Dell’Utri (sul quale pesa una condanna di primo grado per concorso in associazione mafiosa; il processo d’appello è arrivate alle battute finali).
di Giovanni Bianconi
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da La Stampa ed.Torino – 15 luglio 2009
TORINO ADERISCE ALLA CARTA DI BRUXELLES SULLA MOBILITÁ CICLABILE
In città una rete di 170 chilometri di piste per le biciclette
La città di Torino aderisce alla «Carta di Bruxelles», firmata da 27 città europee alla fine della conferenza internazionale «Velo-City», tenutasi nella capitale belga dal 12 al 15 maggio. Tra le città firmatarie la stessa Bruxelles, Milano, Reggio Emilia, Ferrara, Monaco di Baviera, Madrid, Siviglia, Edimburgo, Tolosa, Bordeaux, Timisoara, Izmit e l’americana Portland.
I firmatari si impegnano ad attuare politiche di promozione della mobilità ciclabile per raggiungere il 15% degli spostamenti con questo mezzo sul proprio territorio entro il 2020, a ridurre nello stesso periodo del 50% gli incidenti che coinvolgono i ciclisti ed a sollecitare la Commissione ed il Parlamento Europeo a sviluppare politiche che portino sempre entro il 2020 l’uso della bicicletta al 15% in tutta l’Unione Europea (attualmente è intorno al 5%) ed a istituire la figura del Responsabile Europeo della Mobilità Ciclistica.
Torino può oggi contare su una rete di 170 chilometri di piste ciclabili, la più sviluppata tra le città metropolitane italiane, che sarà ulteriormente ampliata con la progressiva applicazione del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile in fase di redazione. Nell’aprile 2009 si è costituito anche l’Ufficio Biciclette.
Attualmente si stima che la percentuale di torinesi che usano la bicicletta per i propri spostamenti superi il 10% (nel 2003 era l’8%, percentuale che saliva al 22% se si teneva conto di coloro che la usavano solo nella bella stagione o saltuariamente). Nel 2008 gli incidenti che hanno coinvolto i ciclisti sono stati 201 (considerando i dieci anni dal 1999 al 2008 la media è di 197), dei quali 12 gravi e 3 mortali.
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dalla newsletter del Punto G – 13 luglio 2009
TUTTA LA VERITA’, NIENT’ALTRO CHE LA VERITA’
C’è una verità dimenticata. Anzi no…forse solamente nascosta tra il frastuono mediatico, le continue litanie dei tg che si assomigliano tutte, gli slogan che possono anche piacere ma che non cambiano la realtà dei fatti.
Perché in fondo tra i terremotati d’Abruzzo, nelle tendopoli che circondano l’Aquila si respira tutta un’altra aria. Quella ancora piena della polvere dei calcinacci delle chiese e delle case andate in frantumi. I gruppi di clown e artisti di strada che da Torino sono partiti alla volta dell’Aquila lo hanno constatato con i loro occhi, lo hanno toccato con le loro mani il deserto socio-assistenziale nel quale un’intera comunità è precipitata improvvisamente. Le associazioni Una mole di sorrisi e Il Muretto hanno incontrato gli Artisti aquilani, un gruppo di giovani clown e giocolieri che il terremoto ha privato di una sede per svolgere le loro attività e che nei campi hanno trovato una casa comune. Già i campi…posti sotto il completo controllo della Protezione Civile sono diventati aree inaccessibili, nei quali manifestare il proprio malcontento per una situazione insostenibile è quasi impossibile. Coloro che non ci vivono ma vogliono visitarli devono comunicare le proprie generalità e sottoporsi a un sistema di sicurezza ferreo. E nonostante tutti gli ostacoli frapposti dal Governo e dalle autorità di pubblica sicurezza, sui luoghi del disastro ci viene raccontata una sensazione di emergenza costante, un presentimento forte dinanzi a promesse che a tutti sembra difficile se non impossibile mantenere. Il documentario “Questa è L’Aquila”, che Arci Torino ha prodotto testimonia le condizioni di vita proibitive con le quali si è costretti a convivere ogni giorno nelle tendopoli, dove la privacy personale è annientata, i servizi igienici sono insufficienti, le strutture socio-assistenziali carenti. Ma quel che più preoccupa è non sapere per quanto tempo durerà una simile situazione. Infatti le case che dovevano essere pronte per settembre non basteranno per tutti e forse non verranno consegnate nemmeno in parte entro ottobre. Per non parlare poi della scelta inappropriata di non coinvolgere minimamente la popolazione nel processo di ricostruzione di una città che non avrà nessuna identità, perchè fatta di case in legno tutte uguali che gli aquilani forse faticheranno anche a sentire come proprie.
di Gaspare Daidone
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