dal mondo TYC
IL PRIDE DEI DIRITTI
Quest’anno, forse più che mai, il Pride nella sua veste torinese si presenta come una rivendicazione di massa di diritti e libertà. A partire dallo slogan che identifica la manifestazione, che il 19 giugno alle h 15 prenderà il via da Porta Susa, s’intuisce che l’appello per la difesa del riconoscimento di certi diritti civili per chi esprime il proprio orientamento sessuale è anche quello alla difesa delle proprie libertà e dei propri diritti. Il manifesto politico del Coordinamento Torino Pride recita infatti: “Vogliamo manifestare per affermare diritti che riteniamo non negoziabili, perché sono il fondamento delle libertà soggettive e collettive. Il diritto all’autodeterminazione su di sé e sul proprio corpo, il diritto a scegliere il luogo dove vivere. E anche: il diritto alla salute, il diritto ad un’istruzione e ad una formazione pubbliche e laiche per rimuovere le diseguaglianze, il diritto al lavoro e alla dignità di tutti i lavori senza discriminazioni e ricatti, il diritto ai beni comuni”. Le parole d’ordine del Pride di quest’anno saranno quindi autodeterminazione, laicità, antirazzismo e antifascismo. Sulla base di questi valori anche il Torino Youth Centre, insieme a molte altre realtà della società civile, ha espresso il proprio assoluto sostegno alla manifestazione che sfilerà per le vie del centro città, portando una carovana festante e colorata ad incontrare realmente la gente, accorciando quelle distanze che a volte separano rendono difficile comunicare col mondo LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender).
Per approfondire:
Leggi il manifesto del Coordinamento Torino Pride
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Fonte: La Stampa.it ed.Torino – 26 novembre 2009
MINARETI: ALLARMATI VATICANO E EUROPA
L’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa si è detta «molto preoccupata» per il referendum in Svizzera che vieta la costruzione di minareti, un voto che rischia di «incoraggiare i sentimenti di esclusione e di aumentare le distanze» nelle nostre società.
«La decisione, pur essendo espressione della volontà popolare è fonte di profonda preoccupazione», ha dichiarato Lluís Maria de Puig, presidente dell’Assemblea parlamentare, in un comunicato diffuso da Strasburgo. Il voto «testimonia i timori in seno alla popolazione svizzera – ed europea in generale – nei confronti dell’integralismo islamico», aggiunge de Puig. Ma «questa decisione, invece che minare il fenomeno dell’integralismo, rischia di incoraggiare i sentimenti di esclusione e di allargare le distanze esistenti nelle nostre società».
E manifestazioni di preoccupazione sull’esito del referendum anti-minareti arrivano anche dal Vaticano. Il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, ha fatto sapere di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che ieri hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione»
Lo stesso Vegliò, del resto, aveva espresso con chiarezza il suo pensiero sul referendum tre giorni fa, in occasione della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata mondiale per i migranti. «Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di avere la propria chiesa», aveva detto il presidente del Pontificio consiglio. «Certo – aveva aggiunto – notiamo un sentimento di avversione o paura un pò dappertutto, ma un cristiano deve saper passare oltre tutto questo, anche se non c’è reciprocità».
Mons.Vegliò, vissuto a lungo in Paesi islamici, aveva poi sottolineato come «noi cristiani non possiamo accettare una logica di esclusione. Essere amici per noi non è un optional, se uno vuol essere un cattolico, deve essere aperto agli altri, non naif, certo, qualche volta bisogna anche saper tirare fuori le unghie, ma senza far troppo del male». A cose fatte, il presidente del Pontificio consiglio afferma di condividere in pieno il commento espresso ieri dalla Conferenza episcopale svizzera.
Il segretario generale mons. Felix Gmur, ha espresso ieri, a caldo, in una intervista alla Radio Vaticana, il disappunto dei vescovi elvetici per il no alla costruzione di nuovi minareti, che ha associato alla sentenza della Corte europea sui Crocifissi in Italia: «Entrambe le posizioni si basano sulla convinzione, errata, – ha spiegato – che la religione debba essere solo ’un fatto privatò, e ’per un cristiano questo non è possibilè. Su questo – ha affermato – occorre aprire un dibattito che faccia chiarezza, perchè la società è disorientata, c’è una contraddizione in tutte le sue società europee».
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Fonte: La Stampa.it ed.Torino – 26 novembre 2009
IL SALONE A CACCIA DEI GIOVANI
SI PASSA DA CULICCHIA A BOOSTA
Un’accelerata giovanilista underground. Il Salone Internazionale del Libro aderisce in maniera sempre più decisa al motto del film dei fratelli Cohen «Non è un paese per vecchi» e sostituisce nel suo staff lo scrittore torinese poco più che quarantenne Giuseppe Culicchia con l’eclettico musicista 35enne Davide Dileo, in arte Boosta, con Max Casacci e Samuel fondatore dei Subsonica.
Il tastierista che ha già accumulato esperienza come romanziere (per Dalai e per Baldini e Castoldi) andrà a ricoprire il ruolo svolto negli ultimi tre anni da Culicchia, vale a dire occuparsi (e preoccuparsi) d’intrigare alla lettura gli studenti e le fasce più giovani: un segmento di spettatori del Salone e di potenziali acquirenti di libri assai sgusciante, poco avvezzo alle catalogazioni. Gli organizzatori delle kermesse subalpina hanno perciò pensato di affidare al «Fabio Volo della Mole» (per la molteplicità degli interessi e degli impegni svolti da Boosta, con incursioni nella cinematografia come sceneggiatore e regista e in televisione come conduttore) il compito di stilare un programma che porti i 18-28enni dentro gli spazi del Lingotto.
Il successo al PalaIsozaki della prima edizione di Bookstock è il punto da cui ripartire. A Boosta è stato richiesto di avere artisti e autori che raccontino ai ragazzi quali libri o quali canzoni li hanno spinti ad iniziare a suonare o a scrivere. Il riserbo sugli ospiti è massimo e l’eredità di Culicchia affatto facile: negli anni aveva radunato da Oliviero Toscani a Walter Siti, dal Ministro Meloni a Tullio De Mauro, da Raspelli a Daria Bignardi, e poi i registi Comencini, Sorrentino, Monicelli Bjorn Larsson, ed un lungo elenco di scrittori.
Una sfida che a Boosta non può non piacere.
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Fonte: Digi.TO – 16 novembre 2009
Venerdì 13 e sabato 14 novembre Torino ha avuto un assaggio di ciò che accadrà qui nel 2010: più di 150 giovani provenienti da 99 organizzazioni che compongono il Forum Europeo dei Giovani si sono trovati in città.
COS’È IL YFJ
Lo European Youth Forum (Yfj – Youth Forum Jeunesse) è una piattaforma che riunisce i Forum Nazionali dei Giovani Europei insieme ad organizzazioni e associazioni giovanili. Fondato nel 1996, il suo intento è quello di dare voce e promuovere i diritti delle giovani generazioni all’interno dell’Unione Europea, del Consiglio d’Europa e delle Nazioni Unite. Una sorta di lobby a livello europeo quindi, che monitora gli atti adottati dalle istituzioni Ue e le loro ricadute sui giovani. Il Consiglio dei membri del Yfj si riunisce due volte all’anno e il 13 e il 14 novembre ha deciso di farlo a Torino.
DIFENDERE I DIRITTI DEI GIOVANI IN EUROPA
Alla sessione plenaria pubblica di venerdì 13 dal tema “come difendere i diritti dei giovani in Europa” hanno preso parte anche il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l’europarlamentare Rita Borsellino e Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte.
Per Giorgia Meloni, che con i suoi 32 anni è una dei ministri più giovani d’Europa, «noi siamo la prima generazione post-ideologica». Il sindaco Chiamparino, invece, ci definisce come la prima generazione “senza Muro”, priva delle paure che hanno caratterizzato le vite dei nostri genitori. E così siamo anche “la prima generazione che dà la libertà per scontata” secondo la ministro Meloni, che aggiunge: «Dobbiamo distinguerci dall’egoismo di chi ci ha preceduto. E’ nostro dovere pensare alle generazioni future e rammentare che le decisioni prese oggi influenzeranno le loro vite». Mentre Rita Borsellino, parlamentare europea, ma soprattutto sorella del magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia diciassette anni fa, ricorda che «le generazioni giovani sono state più ricettive verso il mio messaggio, facendolo proprio».
TORINO CAPITALE DEI GIOVANI 2010
Sabato 14 novembre, invece, si è parlato del ruolo che Torino ricoprirà nel 2010.
Il titolo di Capitale Europea dei Giovani viene assegnato annualmente a una città che dimostri di impegnarsi in modo attivo e innovativo per la realizzazione di iniziative destinate alle giovani generazioni. La prima Capitale Europea dei Giovani è stata designata Rotterdam, che sabato ha ceduto ufficialmente lo scettro alla città di Torino. Il programma delle iniziative è intitolato “Torino: PyouLife 2010″ e gioca sull’unione di “P” come Piemonte con “You”, che in italiano si legge “Più”, ovvero più eventi e più partecipazione dei giovani.
Per l’Assessore comunale alle Politiche Giovanili Marta Levi «Torino è stata scelta grazie a trent’anni di politiche per i giovani. Il sistema-città offre molte possibilità». Su questo è d’accordo anche Chiamparino, che invita a non sottovalutare il richiamo della vita notturna torinese, dai Murazzi alle tante alternative che offre il centro e Giovanni Corbo, delegato al Yfj, sottolinea come la città abbia avuto il titolo grazie ai progetti ambiziosi che sono stati promessi.
Ora è il momento di attivarsi per realizzarli con l’aiuto del Forum Nazionale e delle istituzioni, ma soprattutto con il contributo dei giovani torinesi, chiamati ancora, come per le Olimpiadi del 2006, a proiettare la propria città verso il futuro.
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Fonte: Repubbica ed.Torino – 10 novembre 2009
DALLA SALA ROSSA SI’ AL REGISTRO SUL TESTAMENTO BIOLOGICO
Una manifestazione per il testamento biologicoIl Comune metterà a disposizione dei torinesi un servizio per registrare i testamenti biologici. La mozione, prima firmataria Monica Cerutti, capogruppo di Sinistra Democratica, è stata approvata dalla maggioranza della Sala Rossa, seppur a ranghi ridotti e con qualche malumore nel fronte cattolico, con 24 voti favorevoli, 12 contrari e 2 astenuti. Ora la giunta Chiamparino e l´assessore all´Anagrafe, Michele Dell´Utri, dovranno mettere a punto il sistema che permetterà a qualsiasi persona di consegnare le proprie volontà riguardo il trattamento sanitario di fine vita.
Torino non è la prima esperienza in Italia: Pisa, Firenze, Vicenza, Genova ed enti come il X Municipio di Roma, hanno già approvato l´istituzione del registro del testamento biologico. La mozione, appoggiata dalla maggioranza, con qualche defezione nell´area ex popolare del Pd e nei Moderati, e da Rifondazione, era stata presentata a marzo, pochi giorni dopo la morte di Eluana Englaro. Si tratta di un documento complementare alla delibera di iniziativa popolare presentata da Silvio Viale, Igor Boni e Diego Castagno con oltre 2 mila e 700 firme. Atto che prosegue il suo iter amministrativo. «Con l´istituzione del registro affermiamo un principio che è quello della laicità, finalizzata a separare le convinzioni religiose dai doveri di uno stato laico», sostiene la prima firmataria Cerutti.
Sarà un registro idoneo a raccogliere le dichiarazioni dei cittadini che vogliono esercitare il proprio diritto all´autodeterminazione sul trattamento sanitario di fine vita, come testimonianza di volontà della persona. Che valore avrà? Il Comune si sostituisce al notaio, ma molto dipenderà dalla legge che approverà il parlamento per capire quali saranno i limiti del testamento biologico.
Il centrodestra ha votato compatto contro la mozione. An-Pdl ha preferito disertare l´aula definendo il documento come «una bieca provocazione di stampo ideologico», sottolinea il capogruppo Roberto Ravello. Sulla stessa linea Daniele Cantore, numero uno di Fi-Pdl, che si è espresso per il «no» come Udc e Lega Nord: «Si tratta di una mozione di pura propaganda mentre è in corso una discussione sul tema in parlamento – sottolinea Cantore – la maggioranza ha voluto forzare, uscendo spaccata dal voto, ma speriamo che questo sia un utile insegnamento anche per l´Udc che ha votato no, comprendendo forse quali sono le forze politiche affini al suo pensiero».
Fra i partiti della maggioranza hanno fatto mancare il loro sostegno i consiglieri Domenica Genisio e Gavino Olmeo (Pd) e Giovanni Maria Ferraris (Moderati), che hanno votato contro, oltre a Stefano Lo Russo (Pd) e Dario Troiano (Moderati), che si sono astenuti. Soddisfatto comunque il capogruppo del Pd, Andrea Giorgis: «È compito delle istituzioni fornire ai cittadini servizi come la registrazione del testamento biologico, servizi che in futuro si potrebbero allargare».
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Fonte: La Repubblica ed.Torino – 29 ottobre 2009
CHAABI, LA BANCA CHE PARLA ARABO
Nel cuore di San Salvario ha aperto da qualche mese la prima banca che parla arabo. Si tratta di una delle filiali del gruppo Chaabi du Maroc. La casata finanziaria vanta sedi in varie regioni nordafricane e molti sportelli in Francia: in Italia, Torino che ha fatto da apripista, è ora affiancata da Milano e Bologna. E sulla spinta dello sviluppo economico del Marocco – che nel 2007 ha visto arrivare al 31 per cento il rapporto tra numero di conti correnti bancari e popolazione sopra i 15 anni – apriranno a breve anche le filiali di Roma e Verona.
La particolarità della banca? Offrire servizi e assistenza, rispondendo ai bisogni dei cittadini marocchini residenti all´estero. In primis con la lingua giusta. «Ogni nostro dipendente – spiega Abdelghani Bouanfir, direttore delle sedi in Italia – parla arabo, francese e italiano. Siamo consapevoli di quanto sia difficile per i nostri concittadini comprendere piani finanziari in una lingua che non è la loro». E questo qualcosa di più è stata la fortuna della banca in Francia. Fino a oggi, oltre a un centro di consulenza finanziaria di una banca marocchina, solo Intesa-Sanpaolo, nella filiale di Porta Palazzo, offriva un desk dedicato. «Ma non vogliamo – mette in chiaro Bouanfir – avere come clienti solo nostri concittadini: ci va stretta la definizione di banca etnica. Già adesso abbiamo conti aperti da italiani ed europei: speriamo a breve di allargare anche questo bacino. Ci tengo a precisare che non siamo una banca islamica: i contratti non sono regolati dalla sharia, ma dal codice civile».
La banca ha aperto i battenti lo scorso luglio in via Belfiore 38, nel quartiere più multietnico della città e proprio di fronte al consolato del Marocco. Una scelta non casuale: tra gli obiettivi del gruppo Chaabi spiccano infatti il finanziamento dei progetti imprenditoriali in Marocco, il sostegno delle compagnie «di casa» con ambizioni internazionali e lo sviluppo della bancassurance, attraverso acquisizioni o fusioni con istituti del settore. «Vogliamo essere un ponte – conclude il direttore – tra le imprese italiane e quelle marocchine: l´obiettivo è quello di promuovere l´integrazione anche attraverso gli scambi finanziari». E il quartiere di San Salvario ha già accettato la sfida: molti lavoratori, attraverso la neonata banca araba, mandano i soldi alle famiglie in Marocco, altri hanno chiesto un prestito per avviare un´impresa sotto la Mole. «Non mi stupisco – commenta Diego Castagno, vicepresidente della circoscrizione otto – della presenza di una banca marocchina nel nostro quartiere. Fa parte delle dinamiche di integrazione delle città europee: lo stereotipo dell´immigrato che fa il kebab rappresenta solo una piccola parte dell´imprenditoria della comunità marocchina a San Salvario».
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